Coming Out Day

Ancora oggi, a dieci anni dal mio coming out, dopo dieci anni di gay pride, di frequentazione di persone di varia sessualità, di amicizie di ogni tipo e di studi sull’argomento, fatico un po’ a capire chi ha vissuto fasi di dubbio e incertezza sul proprio orientamento sessuale, magari passando anni in una relazione eterosessuale, per poi “scoprirsi” gay in età avanzata. Fatico a capirlo perché per me è sempre stato chiarissimo e netto. Avrei potuto segnarmi il giorno e l’ora quando, a 11 anni, è scoccata la mia pubertà e ho per la prima volta avuto una fantasia omoerotica. Anzi, se un giorno mi decidessi di fare un’indagine archeologica, sono sicuro che, dalla programmazione televisiva di quell’anno riuscirei veramente a ricavare il giorno e l’ora in cui è successo, perché ricordo il film che stavo guardando in tv quella sera. La cosa curiosa è che fino a qualche tempo prima avevo comunque provato dei sentimenti genuini, anche intensi, nei confronti di ragazzine mie coetanee. Si trattava però evidentemente di pulsioni di natura più platonica e affettiva, che non avevano nulla a che fare con l’assetata carnalità del desiderio che per la prima volta si manifestò, non richiesto, non atteso, non previsto, quella sera lontana. Un desiderio che da allora non è più mutato. Quella sera fu anche l’inizio di un percorso umano, tutto interiore, di lotta contro me stesso, in un ambiente che mi premiava come campione di un’ideologia ricevuta, di un pensiero unico che alla periferia di un paese alla periferia di una provincia alla periferia di uno stato alla periferia del mondo civilizzato sembrava non lasciare alternative a chi volesse sentirsi amato, rispettato e integrato.

Non è vero, come in alcuni momenti dicevo anche a me stesso, che durante quei duri anni adolescenziali prima del coming out mi sentissi confuso sui miei desideri. Ho sempre intimamente saputo che non avrei mai provato attrazione fisica per il genere femminile, allo stesso modo in cui un eterosessuale è sicuro – e il più delle volte non deve neanche porsi il problema – che non proverà mai attrazione per lo stesso sesso. A confondermi era piuttosto il fatto che i miei palesi desideri andassero in una direzione contraria all’immagine che avevo di me stesso e secondo cui volevo vivere, sempre nell’ottica di sentirmi apprezzato e stimato nella mia comunità di appartenenza. A complicare la mia situazione c’era anche il fatto di avere un cervello. Essere ed essere considerato il primo della classe era sicuramente un beneficio, nel senso che questo mi permetteva di ottenere il rispetto dei miei compagni, che non mi hanno mai discriminato o preso in giro con cattiveria, nonostante mio espressivo e particolare modo di atteggiarmi, ma allo stesso tempo mi ha condannato ad un effettivo isolamento, perché ero come messo su un piedistallo, considerato intoccabile, inavvicinabile e impenetrabile, un qualcuno con cui si interagisce, ma con cui non si condivide veramente nulla di intimo e personale fino in fondo. E a me andava benissimo così, anzi, ero io stesso ad alimentare queste dinamiche. Purtroppo questo mi ha impedito di fare incontri importanti che avrebbero potuto rompere il guscio della mia psicologia. Quando, raramente, mi davano per scherzo del frocio, ridevo con loro e non mi sentivo minimamente a disagio, sia perché nessuno sembrava pensarlo veramente, sia perché il mio cervello era completamente disconnesso dai miei sentimenti. La cosa che più ha generato rabbia dentro di me dopo il coming out, è stato proprio questo: il dover rieducare me stesso alla scoperta dei miei sentimenti, per riportarli in vita dopo averli ignorati, soffocati e stigmatizzati. Avevo in adolescenza abbracciato, anche e soprattutto consapevolmente, un modo di pensare e di agire altamente ideologizzato, che aveva lacerato dentro me la capacità di sentire, di ascoltare me stesso e vivere con serenità la mia affettività e sessualità. Uno strappo psicologico che con il tempo ho cercato di ricucire, ma che lascerà sempre una profonda cicatrice impressa in me. Non smetterò mai di pensare che durante l’adolescenza la sessualità avrebbe avuto un senso e un’intensità infinitamente superiore a qualsiasi esperienza che posso fare liberamente oggi e accuso, sì, accuso!, le istituzioni, in primis la scuola, per il detestabile lavaggio del cervello che fin dall’infanzia mi è stato spacciato come educazione. La scuola ha il dovere di aprire la mente dei ragazzi alla diversità e alla scoperta del sé e del proprio corpo, soprattutto in un contesto sociale dove è raro che una tale educazione possa provenire da famiglie culturalmente impreparate. Invece per tutti gli anni della scuola dell’obbligo e delle superiori non ho mai sentito altro che silenzio sull’argomento. Un silenzio altamente colpevole, a cui imputo i nove anni della mia vita di cui mi sento essere stato derubato. Nove anni: da quella sera del 1989 in cui iniziò la mia pubertà, a quella sera del 1998 in cui unilateralmente mi decisi a prendere in mano il telefono e spostare una volta per tutte quel macigno dal mio cervello, parlando per la prima volta ad alta voce a qualcuno di me.

Il 21 ottobre del ‘98 fu veramente un punto di non ritorno. Da quel giorno, uno dopo l’altro, cominciai a rivedere tutti i miei rapporti personali, con vari gradi di imbarazzo o difficoltà [come per tutti o quasi, la parte più complicata fu superare lo scoglio dei genitori], ma la cosa incredibile ed esaltante è che fin dal giorno 1 cominciarono ad accadere eventi straordinari, quasi aneddotici. Per esempio, in biblioteca, determinato a parlare apertamente di me a chiunque da quel giorno in avanti, anche solo per vedere che effetto faceva, mi vedo approcciare da un compagno di classe che mi chiede se ho una ragazza. Gli rispondo con affettata nonchalance che non mi interessano le ragazze. A quel punto assisto a una scena indimenticabile. Il tipo mi tira in disparte, e tra le lacrime mi confessa di essere gay, di non averlo mai detto a nessuno, e che non avrebbe mai creduto di incontrare qualcuno a cui poterlo dire. Incredulo, mi sono trovato a fare la parte di quello che dà consigli!* La seconda persona con cui ho parlato lo stesso giorno, un mio coinquilino, ci ha poi impiegato due settimane per trovare il coraggio di venire nella mia stanza e dirmi esattamente la stessa cosa. E come un effetto domino, ho perso il conto di quanti amici e conoscenti da quel giorno hanno cominciato a rivelarmi la propria identità omosessuale. Passavo in sostanza da un mondo in cui mi sentivo intrappolato all’interno di un tabù solipsista ad un mondo che si trasformava attorno a me in modo tale da assomigliare sempre di più al mio modo di essere. Adesso che tutte le circostanze si sono rovesciate, mi sento soltanto un po’ stupido per tutti i problemi che mi facevo all’epoca. Rimane intatta solo la mia tensione a fare del mio meglio per continuare a cambiare il mondo attorno a me, e sono convinto che l’esperienza musicale e artistica in cui mi sono lanciato possa contribuire in tal senso.

 

* Purtroppo poi la cosa è degenerata in fretta, quando lui ha cominciato a insistere a mettere subito in pratica questa fortunata coincidenza, non essendo purtroppo lui assolutamente di mio gusto…

 

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3 commenti su “Coming Out Day

  1. paolo il said:

    I genitori e la famiglia sono rapporti personali, unici e individuali. Ognuno ha la propria storia, per cui non so come rispondere alle tue domande. Io, a un certo punto della mia vicenda ricordo di aver usato la famiglia come una scusa per non ammettere la mia debolezza e incapacità di essere me stesso. Seghe mentali del tipo: “Non posso essere apertamente gay: i miei genitori ne morirebbero”. Sospetto che lo stesso valga per altre persone.

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