Crudeltà

Il gusto di strappare le unghie a un nemico e versarci sopra dell’alcol; l’adrenalina scatenata dalle sue strazianti urla di dolore; il piacere orgasmico di seviziare, stuprare e sventrare una donna, come legittimo bottino di guerra; la gratificazione di avere potere di vita e di morte su prigionieri ingabbiati, malnutriti, picchiati e umiliati; il brivido di ammazzare un bambino piccolo sotto gli occhi della madre.

Tortura, violenza, l’uso brutale della forza e del proprio potere sui più deboli, ma anche l’assuefazione e l’indifferenza all’altrui sofferenza, sono evidentemente potenzialità che l’essere umano ha dentro e che in certi contesti trovano modo di emergere ed esprimersi. Queste cose sono successe e continuano a succedere, a testimonianza del fatto che non è così impossibile perdere completamente la caratteristica docilità eticamente informata della nostra specie animale.

Un viaggio in Cambogia, il set di un film splatter anni ’70 girato in soleggiati ambienti agresti, mi ha fatto riflettere sui più reconditi istinti predatori dell’uomo moderno (uomo inteso per lo più come maschio). Per qualche vezzo ideologico, qualcosa come un quinto della popolazione di questo paese è stata falciata da un gruppo (para)politico, che non ha esitato a imporre alle persone incalcolabili sofferenze, sottoforma di privazioni, violenze fisiche e terrore psicologico senza tregua. La paranoia dei Khmer Rossi è culminata nella creazione di istituzioni tritacarne come il famigerato S21, qualcosa a metà tra un carcere di massima sicurezza e un campo di concentramento estremo, costruito per spremere assurde confessioni sotto tortura e poi eliminare spietatamente tutti i nemici putativi dell’”Organizzazione”. Leggendo un po’ di letteratura sull’argomento, la domanda ricorrente a cui alcuni studiosi tentano di rispondere è: Com’èpotuto accadere? Com’è possibile che i cambogiani siano stati risucchiati in una tale spirale di orrore? C’è qualcosa di particolare nella loro cultura, nella loro natura, che ha permesso di arrivare a questo? Oppure c’è qualcosa di universale in questa lezione narrata in una lingua dalla pronuncia difficile? A ben vedere, sono le stesse domande che il mondo si era posto alla fine della seconda guerra mondiale, quando luce fu fatta sui delitti perpetrati dai nazisti, in quel caso soprattutto a danno delle minoranze etniche e sociali. Il processo Eichmann, seguito da Anna Arendt, ci ha insegnato quanto prosaica sia la realtà della follia distruttiva elevata a dogma di stato. Uccidere una persona, in un certo contesto, può assumere la stessa banale valenza psicologica che ha uccidere un pollo. A dispetto di millenni di storia, filosofia e crescita etica di cui ci vantiamo come società.

C’è un pericoloso compiacimento nel pensare che le manifestazioni di brutalità appartengano alla geografia o alla storia. Ci piace pensare che i nostri aspetti più crudeli, sanguinari, predatori non esistano dentro di noi, o che siano piccoli e blindati in inaccessibili profondità; ci piacerebbe ridurli a semplici “debolezze dell’animo”, qualcuno direbbe a “peccati” dovuti alla nostra imperfezione. Ma questo atteggiamento non aiuta né a comprendere la natura umana né a trovare utili risoluzioni per arginarla quando necessario. Anche se una buona educazione serve certamente a renderci più sensibili ed empatici verso gli altri, non esiste purtroppo alcun insegnamento che possa cambiare i nostri geni e il nostro passato di lotta per la sopravvivenza. Semplicemente l’evoluzione non si muove abbastanza in fretta per trasformarci nella specie che vorremmo essere.

Osservo le persone che visitano i musei dell’olocausto. A volte ho l’impressione che si sforzino quasi di assumere espressioni dispiaciute, disgustate, contrite, come se pensassero di dover dimostrare di non essere insensibili, di non approvare quello che stanno vedendo. Salvo poi affrettarsi verso le sale più cruente, dove si vedono il sangue e le torture, le ossa delle vittime. Perche? Forse per dispiacersi di più? E se ci fosse un’altra sala in fondo al museo dove quegli orrori si stanno verificando in quello stesso momento e si possono toccare con mano, quanti non accorrerebbero a vedere? E con quale spirito ci andrebbero? Sotto la più o meno spessa crosta di civile educazione, non c’è forse un magma di sadismo, morbosità, desiderio di fare quell’esperienza atroce in prima persona? Non c’è bisogno di guardare nel proprio “animo” per rispondere a questa domanda. Basta a tal proposito ricordare gli esperimenti di Milgram o Zimbardo degli anni ‘70, che dimostrano come pochi giorni, o poche ore, in un determinato contesto, bastino per farci ritrovare il contatto con i nostri lati più crudeli, sadici, o insensibili, dimenticando con preoccupante velocità l’intero sistema dei nostri valori di riferimento. Nell’esperimento di Milgram, recentemente replicato anche in forma di inquietanti quiz show, i partecipanti non hanno esitato troppo ad infliggere potenti scosse elettriche, anche mortali, ad altri soggetti legati a una sedia (di fatto, attori a cui non veniva fatto alcun male, a insaputa dei partecipanti). Zimbardo, invece, aveva fatto costruire una prigione in cui rinchiudere un gruppo di volontari divisi tra guardie e prigionieri. I partecipanti si sono ben presto immedesimati completamente nel ruolo, e l’esperimento è stato abortito dopo pochi giorni a causa delle gravi situazioni di pericolo psico-fisico che si erano venute a creare in quell’ambiente artificiale.

Insomma, il nostro cervello rimane in parte strutturato come quello di un rettile, o di un predatore, e non c’è lezione che si possa imparare nella vita che aiuti a sradicare questo fatto genetico fondamentale. Le circostanze potranno sempre attivare le parti di noi che non osiamo neanche pensare di possedere. Il piacere di accarezzare un gattino potrà sempre, se il contesto lo rende possibile, lasciare campo al sadico, primordiale (e infantile) piacere di strangolarlo. L’educazione è essenziale, certo, ma la vera difesa che abbiamo contro noi stessi è quella di impedire che simili circostanze possano storicamente attuarsi. Milgram e Zimbardo dimostrano che fattori come deindividuazione, l’induzione da parte di un’autorità riconosciuta di uno stato eteronomico (assenza di autonomia comportamentale), che ci fa obbedire a qualsiasi ingiunzione senza metterla in discussione, e infine le pressioni sociali ci possono far perdere di vista le conseguenze delle nostre azioni, indebolendo i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, e quelli che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi, dando libero sfogo al peggio che c’è in noi.

In conclusione, la mia impressione è che ancora più che di buone scuole e buona informazione ci sia bisogno di costituzioni d’acciaio, democrazie mature, forti organi istituzionali di controllo, che impediscano agli istinti di violenza, razzismo e sessismo, nonché ai trascinanti deliri di onnipotenza di qualche individuo o gruppo di individui, di trovare voce e capacità di propagandare. Tanto meno di governare un paese. Vale per la Cambogia degli anni 70, per gli squallori di Abu Ghraib, ma anche per l’Italia del giorno d’oggi.

7 thoughts on “Crudeltà

  1. Marco Pancheri on said:

    Caro Paolo, sono Marco Pancheri, ci siamo già sentiti perchè mi interesso di filosofia (sono al terzo anno a Verona) e trovo i tuoi articoli e il tuo modo di porre le questioni sempre molto stimolanti, per uno come me che cerca costantemente nel rapporto dell’umano stato di necessità/libero arbitrio un punto di collegamento in grado di giustificare l’imponderabile continuo divenire di ciò che si può e non si può immaginare umanamente. Nel caso specifico, il tuo articolo è di un realismo che lascia di sale, a metà tra il sarcastico e il fatalistico obbligatorio “accadere” degli eventi.La crudezza di alcuni passaggi sull’olocausto, per es., non ammette repliche. E sappiamo tutti che è così, nonostante la fede in Dio, nonostante il tentativo in atto da qualche tempo di rimuovere l’idea di una realtà così insopportabile.Questo non fa che rinvigorire la mia idea, secondo cui bene e male “oggettivi” sono solo l’illusione dei nostri limiti corporei.Il bene è complice del male, nella stessa misura in cui è vero il contrario. Lo dimostra ogni giorno quell’ inaudita cattiveria che, per es., si portano dentro le generazioni più giovani. Illuminante credo possa essere a proposito “La banalità del male” di Arendt. Una vita senza “ma”, e senza “se”.Così e riga. Però deve essere chiaro che il Dio delle religioni ha dunque fallito in qualche modo la sua missione. E non c’è neanche modo di punire il presunto colpevole.Quale sarebbe infatti, la colpa di chi in assoluta buona fede e seguendo la sua stessa natura, commette nefandezze di ogni tipo? Chi e perchè la Legge dovrebbe mai colpire qualcuno? E chi giudica il giudicante?Vorrei chiederti infine solo questo; Rileggendo il tuo articolo e prendendo atto delle implicazioni che comporta, ritieni che l’uomo di oggi sia davvero in grado di essere libero di volere qualche cosa?E semmai, CHE COSA… SE NON LA SUA STESSA FOLLIA?Ciao, Marco.

  2. paolo on said:

    Grazie Marco per il tuo commento, mi fa sempre piacere confrontarmi con il tuo punto di vista. Non mi soffermerò a chiosare punto per punto sulle tue osservazioni. La mia impressione generale è che la tua concezione dell’uomo tenda forse asindoticamente a coincidere con la parte razionale della sua vita cognitiva. è solo da questa prospettiva, secondo me, che si può ragionare in termini di bene e male, di cattiveria, di punizioni e quindi di giustizia, e soprattutto di libertà (di scelta o di desiderare qualcosa). Dal mio punto di vista tante contraddizioni, il senso di allucinata follia che accompagna l’angoscia di perdere il controllo razionale, sono tutti facilmente superabili cambiando radicalmente la prospettiva da cui si concepisce l’essere umano. Tanti dubbi si risolvono smettendo di considerarci delle sorte di angeli o fantasmi incarnati in un corpo che ci tradisce, e accettare il semplice fatto che siamo prima di tutto, ma anche secondo, terzo e quarto di tutto una specie animale, mossa da naturali istinti animali, e che solo in ultima analisi diventa rilevante il fatto che siamo dotati di una funzione di autorappresentazione, che prende la forma di pensiero razionale e linguaggio. Una volta accettato questo dato di fatto, diventa chiaro che la vera follia (nonché fonte principale di tutte le nevrosi che conosciamo) è quella di crearci un’etica astratta, tutta basata su concezioni idealistiche che ignorano le reali motivazioni animali che ci muovono. Per quanto riguarda la libertà, è un’idea sottile e tutta da definire, ma se dovessi darti un mio parere tentativo, direi che si può semplicemente riassumere nel nostro (razionale) potere di porre il veto sui desideri, sulle reazioni e sugli istinti che mano a mano emergono spontaneamente e incontrollabilmente dentro di noi. In fin dei conti è un po’ un’eco di ciò che intende anche Anna Arendt quando scrive, con la sua neutralizzante semplicità “Si può sempre rispondere con un sì e con no”.

  3. Marco Pancheri on said:

    Ciao Paolo, ho letto con piacere la tua risposta al mio commento a “Crudeltà”. Apprezzo la (probabilmente) inconsapevole profondità delle tue riflessioni che diventa sempre la caratteristica peculiare di chi – quando e semmai – parla di qualcosa che non conosce, (come ad esempio di Dio) cerca sempre di farlo con l’onestà intellettuale che deve obbligatoriamente fermarsi alla sfera del “conosciuto”. In questo senso credo che tu (come tanti pensatori di ogni tempo che abbiamo studiato) sei molto meno ateo di migliaia di “credenti” di qualsivoglia religione, arrivati da chissà dove, magari giusto in tempo per non perdersi l’ultimo treno che potrebbe salvare il prezioso fondoschiena, già consumato di ogni peccato possibile.Riguardo alla tua interessante analisi,dissento solo su di un concetto;La follia cui fai riferimento, cioè l’idea astratta che ci facciamo di noi, e che ci pone in uno stato di effettiva, perenne ubriachezza mentale, deve pur avere un’origine. Molti dei nostri antichi filosofi hanno provato a risolvere “il quiz della vita” attraverso l’idea del “motore immobile” che darebbe origine ad ogni cosa. Io credo che sia tutto molto più semplice di ciò che si pensa; E’ sufficiente osservare come “male e bene” non siano altro che una condizione temporale che si và trasformando incontro a qualcosa che travalica la sfera del giudizio, ma con esso anche della fisicità, perchè moralità e corporeità sono elementi inestricabili alla nostra consapevolezza. Restiamo al concreto e osserviamo un film hard, piuttosto che le sequenze fotografiche di uno dei mille omicidi che ci vengono scaraventati addosso dai media ogni minuto; Ebbene, aldilà di ciò che stabilisce la legge degli uomini, non mi sembra che nè Dio, nè il diavolo abbiano emesso mai sentenza esecutiva alcuna per quelle che si definiscono “azioni immorali”. Nulla è mai conseguito al peggio, se non il silenzio, il “grande medico”. Questo dimostra una volta di più il mio discorso di prima; bene e male sono solo concetti presenti, in modo sempre diverso, nelle singole teste di ciascuno; Se ci fosse davvero un Dio del giudizio pronto a separare il bene dal male (comunemente intesi), certamente oggi sarebbe il bene a soccombere, e ciò significherebbe che le parti si sono capovolte, e che in realtà è il bene che necessita del male per manifestarsi.
    Chiedo; qual è la colpa dell’immorale? Quale, quella dell’assassino? Sono forse questi individui, peggiori o migliori di chi non commette ciò che essi compiono con regolarità, magari per professione? In questo ti dò ragione assoluta, quando sostieni che in realtà noi non siamo che lo specchio della nostra cultura! Qui da noi per es., la sessualità è storicamente vissuta male, nella paura del giudizio. Eppure, basta che ci spostiamo ad est dell’Italia e come per magia l’amore di gruppo è spesso la normalità, le donne per prime cercano compagnia per fare sesso, sostanzialmente. Non credo che Dio brucerà questi uomini e queste donne per le loro scelte, come non credo darà un trofeo a chi si è astenuto dai piaceri della carne, semplicemente perchè – questi si -, non sono che i vaneggiamenti dei cervelli plagiati dalle istituzioni religiose, che a parer mio nulla hanno a che vedere con ciò che “è”, ossia Dio, bensì con la comune frustrazione per non saper vivere in concreto i propri sogni.Tuttavia ritengo che neanche questa sia una colpa dell’individuo, che potrà riuscire laddove ha fallito quando la purezza del pensiero raggiungerà il suo culmine, oltre la sfera del desiderio, precisamente NEL NULLA. Lo sò che da qui in poi non mi segui più granchè volentieri, perciò mi fermo. Anche se mi resta la curiosità di sentire i tuoi CD, (ne ho fatti 2 anch’io qualche anno fa). Spero di poterti incontrare prima o poi, io verrò a Verona o in un prossimo fine settimana, o sicuramente per un appello d’esame a Settembre. Spero di ottenere qualcosa del tuo materiale musicale (però i punti vendita dei dischi sono solo fuori città, mannaggia…).
    Ciao Paolo, in bocca al lupo per i tuoi progetti professionali e artistici.
    A presto, Marco.

  4. paolo on said:

    Marco, c’è un filtro di teismo di qualche tipo, alla base delle cose che scrivi, che oltre a separare le nostre rispettive visioni, confesso che mi costringe spesso a rileggere più volte, grattandomi il capo e chiedendomi “di cosa sta parlando qui?” o “cosa c’entra con il senso della discussione?” ahah Certo, dipende anche dal fatto che io non sono un filosofo di professione e faccio fatica a seguire le elucubrazioni più da iniziati, ma soprattutto è dovuto al fatto che, come giustamente sottolinei anche tu, prima di usare con me parole come “dio”, “bene”, o “male”, dobbiamo metterci ben d’accordo sui termini, dal momento che per quanto mi riguarda sono tutte parole strettamente prive di alcun significato (mancanza di significato spesso mascherata dall’espressione “senso comune del termine”). La conclusione sul nulla in particolare mi lascia con un grosso punto interrogativo. ? (vabbè, questo era piccolo, ma non so come modificare le font qui! :) Quando dici che il bene e il male sono parole che esistono solo dentro la testa delle persone, dai una definizione che sottoscrivo in pieno e che per quanto mi riguarda è assolutamente conclusiva della questione. non c’è altro da aggiungere: questa illusione semantica generata della creatività letteraria del cervello è una componente, assieme a dio e ogni altro vaneggiamento, dei guai etici, filosofici, psicologici e storici della specie (quella che finora abbiamo chiamato “follia”). per me la storia finisce lì, con minimale semplicità. qualsiasi etica sana e umana va fondata sul corpo, sull’utilitarismo e sull’estetica. Tutto il resto è fumo, complicazione e disagio.
    Grazie mille per i tuoi auguri che ricambio di cuore! :) adesso sono in viaggio in marocco fino ad agosto, quando partirò per i paesi nordici. Direi che settembre potrebbe darci l’occasione di vederci, così ti procuro anche una copia del mio cd, se già non lo vuoi prendere online, scaricandolo da iTunes, oppure ordinandolo per posta: basta che indichi il tuo indirizzo di casa a orders@paoloferrarini.net e ti arriverà a domicilio 😀 Un abbraccio!!! pi

  5. Marco Pancheri on said:

    Caro Paolo, invidio da matti i tuoi giri per il mondo! Qualche anno fa era il mio unico sogno, portare la mia musica e i miei testi oltre i confini di me stesso, comunicare anche per il piacere degli altri che mi avessero ascoltato. Poi, d’improvviso, anche a causa di chi mi “aiutava” per i suoi interessi, ho visto il “retro” del sogno, l’aspetto orribilmente commerciale; quello in cui una patata, un rutto o un brano celestiale hanno lo stesso scopo e infine anche uguale valore; Quello di fare quattrini, tanti, pena l’impossiblità di proseguire su quella strada; oppure, se non ci stai, farlo a tuo rischio e pericolo in modo quasi eroico, come credo sia nel tuo caso. Io non me la sono sentita di intraprendere una storia più grande di me, e allora ho spostato il tiro al livello che io ritengo direttamente superiore alla musica, che è proprio la filosofia. “Lei” può essere contorta eppure sincera, come credo di essere anch’io quando mi esprimo senza farmi capire forse benissimo. Questo mi dispiace, e ovviamente non è intenzionale da parte mia; io uso le parole e i concetti che più si avvicinano al cuore anzichè al cervello; per questo non credo assolutamente che la creatività letteraria sia da assimilare a qualcosa di negativo.In realtà, credo che noi due viaggiamo su binari paralleli destinati a non incrociarsi mai, eppure proprio qui sta lo stimolo che alimenta la mia curiosità. Ti ribadisco che tu, a dispetto della tua apparente chiusura all’aspetto trascendentale della vita, con la tua musica e i tuoi testi particolari, sei l’involontario strumento della speranza di molti per un riscatto morale creduto impossibile.Le tue riflessioni piuttosto “asciutte” ed essenziali mi ricordano spesso alcuni passi di “Così parlò Zarathustra” ma il protagonista di quel romanzo, l’uomo burbero della montagna, alla fine è un saggio che cerca l’illuminazione suprema. Per risponderti, è proprio questo il “nulla” di cui parlo, caro Paolo. Il “nulla” che riflette poi la più elementare posizione del Buddhismo, come sai. Va solo superato l’ostacolo dell’apparenza materialistica che assilla il nostro vivere, perchè vivere possa tornare ad avere un senso, oltre le stesse forme sensoriali.L’errore più grosso che compie l’umanità oggi, è a mio avviso quello di cercare la verità nei corpi, ossia in tutto ciò che si può toccare. Ma questo -questo si- è solo il limite del nostro essere costretti nella forma che siamo e che delimita la nostra azione.Tu mi dici che siamo liberi di fare ciò che vogliamo?Balle, tutte balle. Quante vite sono andate distrutte a causa dell’impossibilità di capirsi, di sentirsi amati? Guarda la tv in questi giorni, c’è una strage di donne in corso. Sono solo colpevoli di aver lasciato il loro “uomo”. Ed è questo ciò a cui dovrei credere? Ad un corpo che se ne fotte altamente della mia sofferenza? Ti rigiro la domanda allora; Chi sono esattamente io? Sono forse un corpo? Allora che valore hanno le mie emozioni, le mie frustrazioni portate nel tempo? Aldilà dell’aspetto teologico, stiamo ai fatti se vuoi. Ti chiedo; che fine ha fatto il mio 27 Giugno 1990? (data casuale di esempio). Voglio solo dirti che noi non bastiamo a noi stessi, a meno che non ci basti essere degli automi. A me non basta, e penso che il macrocosmo di cui la mia vita fa parte (in modalità microcosmica) è li pronto a testimoniarlo ogni secondo. TUTTO è vita. Per sempre, basta uscire dal nostro guscio di protezione e farci caso. E, che lo vogliamo o no, noi siamo una parte di quel progetto, e ti giuro che anche il filo d’erba che mi sta di fronte lo sa.
    Ti aspetto a Settembre per un eventuale scambio dei nostri lavori, trovo più interessante una modalità d’incontro di questo genere anche per parlare un pò in “diretta”, se possibile.
    Ciao Paolo, a presto.
    Marco

  6. paolo on said:

    Certo, Marco, non mi trovi totalmente insensibile al sapere metaforico e impressionistico con cui il mio cervello, come quello di chiunque, si diletta. Non necessariamente apprezzo le esternazioni dei vari zaratustra, budda, alchimista di coelho o profeta di jibran che, ti dirò, mi irritano vagamente nel loro folkloristico buonismo di fondo. Tuttavia sono (ovviamente) un grande estimatore di un certo tipo di creatività che gioca in modo sapiente con gli aspetti diciamo fenomenologici del sentire e del pensare umano. Nel campo della musica, della letteratura, delle arti visive, del cinema, della fotografia e via dicendo. Ed è un tipo sublime di godimento intellettuale, non lo metterei mai in dubbio. Altra cosa però sono le basi del mio pensiero, la mia epistemologia. Non cerco di certo un sapere tenibile nella letteratura newage, nel sufismo, nel corano, nella bibbia o nel signore degli anelli. c’è così tanto da sapere e da scoprire sul senso della vita per esempio nelle scienze cognitive, nella psicologia evolutiva, nella linguistica stessa, che ormai mi sembra semplicemente una ingenuità risibile attardarsi a discutere e riflettere su metafore che non spiegano niente, come il trascendente, il divino, lo spirituale e via dicendo. ti dirò che dalla mia prospettiva, la serie di domande (retoriche?) che poni sul corpo, sull’identità, sul tempo, sulla libertà, mi sembrano tutte di relativamente facile se non banale risposta, una volta inquadrato correttamente il discorso senza infarcirlo di… metafore, appunto (buone per la letteratura, molto meno per una filosofia moderna, per quanto mi riguarda – e ti invito provocatoriamente a contare quante ne hai usato tu nell’elaborare il tuo pensiero). non sono certo queste le domande che mi tengono sveglio di notte, né le domande su cui investigo nella mia musica. e chissà, ora che ci penso, ciò che le persone inconsciamente colgono e apprezzano nella mia musica potrebbe essere proprio l’ambiguità delle cose che dico, risposte travestite da quesiti, didattica che si presenta come ricerca. boh. o forse sono solo le canzoni, le melodie. in ogni caso, non ho mai pensato come te di farne un lavoro. certo, sarebbe bello raggiungere più persone, ma in fin dei conti il mio scopo primario è sempre stato e resta quello di realizzare le mie idee. il piacere del parto artistico, insomma. idealmente, se riuscissi a pagarmi le registrazioni con le vendite dei dischi, sarebbe il non plus ultra, ma è un obiettivo assolutamente utopistico al mio livello. Ogni briciola che riesco a raccogliere è quindi davvero un contributo importante. Bene, ora torno alle mie derive psicogeografiche! A presto, un abbraccio, pi

  7. Marco Pancheri on said:

    Condivido,caro Paolo, la tua critica ai troppi personaggi-manifesto usati dalle religioni di riferimento per i loro fini propagandistici, a volte poco credibili o anche patetici e noiosi.E avevo già intuito il tuo maggiore interesse per le scienze psico-evoluzionistiche piuttosto che per quelle teologico-trascendentali. Tuttavia non puoi negare che il credente e l’ateo sono credibili e contestabili nella stessa identica misura. E’ vero, le domande che pongo io rischiano di apparire retoriche e vecchie come il mondo, ma il motivo più probabile di questo fatto è che, piaccia o no, nessuno ha saputo e saprà mai rispondere, a queste domande. Nella stessa misura in cui, nel tempo, parte della stessa scienza che aveva osannato Darwin come il nuovo genio dei tempi, in seguito lo ha pubblicamente rinnegato, e con lui tutta la sua teoria evoluzionista (sono stati contestati perfino i ritrovamenti storici di specie animali che avevano in un primo tempo fatto gridare al “miracolo” chiarificatore dell’evoluzione e della vita). Io posso usare o fare a meno di usare metafore per parlare di quello in cui credo, ma resto profondamente convinto, è solo questo il punto, che una vita basata esclusivamente sul piano fisico-materiale finisce per non avere alcun senso. Fuori da ogni teologia, fuori da Dio e dalla confusione che può generare, io credo saldamente, almeno questo, che se passato,presente e futuro di ogni individuo non sono in qualche modo legati consequenzialmente e costruttivamente tra loro, beh, non ha senso niente. Non ha senso innamorarsi, arrabbiarsi, gioire, credere…non ha senso niente perchè niente realmente è, se davvero tutto evapora nel divenire degli istanti. Spesso ho vissuto credendo il contrario di quanto ti scrivo. Ma dopo la “sbornia” di emozione intensamente vissuta, ciò che rimane è la mia orribile solitudine, che nessuna forza immanente può neanche vagamente comprendere. Forse solo la musica è in grado di avvicinarsi ad esprimere tutto questo. Ma anche lei, spesso rischia di fornire un’immagine idealizzata del soggetto che la esprime. E in effetti è il rischio che corri anche tu quando componi. Chissà quanta gente ha creduto di capire una cosa di un tuo testo, che a te non passava neanche per l’anticamera del cervello. Ma questo è anche un fatto simpatico, se vogliamo. Mi complimento comunque con te per la tua ferrea volontà nel portare avanti il tuo progetto musicale. Ho sentito qualcosa solo dal tuo sito, ad ogni modo mi pare che tu abbia idee artistiche sicuramente originali, almeno qui da noi…
    Ti invio ancora un cordialissimo saluto, e rimando ora le nostre interessanti discussioni a quando ci incontreremo, perchè per un pò ora sarò molto occupato anch’io con il mio prossimo esame a Settembre (di Letteratura). Ciao Paolo, buona estate.