Gravità

Il sogno è una delle dimostrazioni più tangibili del fatto che i nostri corpi (menti incluse) non hanno alcun bisogno di “noi” per esistere. Le scienze cognitive ci insegnano con ormai consolidata certezza che l’illusione di una identità – di un’“anima”, qualcuno direbbe in base a superati paradigmi – non è che una tecnologia ausiliaria che si è evoluta nella nostra specie per ottimizzare la capacità di simulazione dell’ambiente esterno, in modo da potervi agire con maggiore efficacia e creatività, operando scelte “consapevoli”. Scelte che in realtà sembrano ridursi ad un semplice potere di veto su quanto il subconscio ha da proporci. (NB: Per pura comodità utilizzo, a titolo esemplificativo, la dicotomia conscio/subconscio, che però va intesa solo in senso metaforico, in quanto il cosidetto “conscio” non è che una spremuta di processi neurologici tanto quanto lo è il “subconscio”. L’io è soltanto una funzione cerebrale di percezione, che ci fa sentire, o provare intimamente l’esperienza di essere). Di ogni pensiero che facciamo, piccolo o grande, importante o irrilevante, diveniamo (a volte) consci soltanto dopo che questo si è formato negli organi cognitivi più profondi e costitutivi della mente, sulla base di calcoli computazionali che prendono in esame e confrontano gli input dell’ambiente con le necessità del nostro organismo. Il nome che ci viene dato alla nascita, assieme a secoli di fallace comprensione dei meccanismi cerebrali e soprattutto la facoltà della memoria, contribuiscono a rafforzare l’impressione e il senso di unitarietà e individualità. Siamo in pratica permanentemente immersi in una coinvolgente narrazione simil-cinematografica, che per lunghissimi secoli ci ha fatto scioccamente pensare di essere fantasmi intrappolati in qualche chilo di carne, anziché successioni senza soluzione di continuità di stati mentali e sinapsi variamente riarrangiate. È difficile delimitare con precisione quali di questi stati mentali possano definirsi “consci”. Per la stragrande maggioranza del tempo il nostro cervello opera infatti autonomamente, eseguendo operazioni di routine che non richiedono alcuna decisione da parte “nostra”. Come qualsiasi altra specie vivente ci grattiamo, spulciamo, mangiamo le unghie, giocherelliamo distrattamente con quello che ci capita in mano, assumiamo mille forme, posture, atteggiamenti, compiamo mille piccoli e grandi movimenti in continuazione senza neppure rendercene conto. Il nostro corpo se la cava anche senza il nostro aiuto nel decidere quando ritrarre un dito che si sta scottando sul fuoco, quando è ora di svegliarsi dal sonno, quando farsi venire un’erezione, quando scaccolarsi il naso, quando ridere, reagire a un’offesa, distogliere uno sguardo, pestare sul freno o sull’acceleratore in macchina, mettersi le forchettate in bocca, giocare ai videogames, eccetera. Tutto si svolge in nostra assenza, a parte alcuni casi minoritari in cui è richiesta un po’ la nostra collaborazione per prendere decisioni creative e aperte a più soluzioni, come ad esempio scegliere il modo più conciso ed efficace per formulare la frase che sto scrivendo (nello stesso momento in cui il mio corpo tra l’altro svolge senza di me una serie di funzioni di routine che mi risulterebbe difficile persino elencare con completezza: schioccare le dita, tamburellare sui tasti del pc mentre rifletto, passarmi una mano fra i capelli, oscillare una gamba mentre sto steso sul letto, tentare di ignorare il rumore del mio compagno di stanza che russa, eccetera). Mentre scrivo, l’organo mentale addetto alla produzione di senso propone al mio “conscio”, attraverso l’interfaccia dei simboli linguistici, soluzioni per esprimere i concetti via via rilevanti per gli stati mentali che si configurano internamente. Alla funzione “conscio” spetta semplicemente il compito di bloccare le soluzioni errate e lasciar fluire quelle corrette, in base a ciò che sento essere coerente all’interno del reality show che la memoria dei miei passati stati mentali mi fa esperire.
In Gravità ho scelto di descrivere un sogno perché fra tutti i processi cognitivi che si svolgono in nostra assenza è il più affascinante e misterioso, forse per il modo in cui il cervello lavora durante il sonno rielaborando pezzetti sparsi di esperienza, riproiettandoli sullo schermo cinematografico che durante la veglia è riservato alla proiezione degli input che ci arrivano attraverso i sensi e la memoria. La cosa affascinante del sogno è che ti permette di vivere su quello schermo situazioni ed emozioni slegate dalla realtà, ma con la stesso senso di realtà dovuto probabilmente al fatto che il software mentale che gestisce la simulazione del reale è lo stesso che (quando attivato) gestisce la simulazione del sogno, attingendo semplicemente dati da fonti diverse.
L’ispirazione per la canzone mi venne quando un giorno un amico mi disse che se non fossi stato così autocosciente avrei potuto anche librarmi e camminare sospeso in aria senza rendermene conto. Una metafora che descrive bene il potere inibitorio della coscienza, che purtroppo spesso ci impedisce di esprimerci in modo soddisfacente, ponendoci freni anche quando non esisterebbero motivi concreti per frenare (i casi in cui, di fatto, il nostro organismo non solo potrebbe arrangiarsi anche senza di noi, ma probabilmente vivrebbe meglio senza di noi). Riprendendo ed espandendo l’idea di riuscire sconfiggere anche le forze fisiche come la gravità nei momenti di non consapevolezza, ho composto una canzone che descrivesse la traiettoria della mente dalle fasi più profonde del sonno, in cui a parlare è esclusivamente l’inconscio (in un linguaggio onirico dotato di una oscura sintassi e logica interna), alla fase rem più agitata e partecipata, al risveglio finale, in cui a volte può capitare di fare esperienza di quella frustrazione legata all’improvviso ritorno ad una realtà dominata da inflessibili limitazioni fisiche e soffocanti inibizioni mentali.

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