Il mio ateismo spiegato ai credenti

Estratto dal mio intervento su Omosessualità e Ateismo a Ghigo di Prali (Torino). L’evento “In cosa credo” è stato organizzato dall’associazione “La scala di Giacobbe” in occasione dell’annuale ritiro di fine estate, ospite oltre a me Franco Barbero.

L’audio, oltre che il video, non è chiarissimo, a causa del vento e delle cicale…
Riporto quindi anche il testo di quella parte di intervento.

“In cosa consiste quindi per me essere ateo? Innanzitutto si tratta di una definizione che uso per comodità di espressione, ma che mi attribuisco con una certa reticenza, perché in effetti usando la parola “ateo” non informo minimamente sulla mia posizione filosofica, sulle mie credenze e valori. Perché ateo non significa nulla se non l’assenza di una credenza. È una definizione in negativo. Non è una corrente di pensiero, non è un’ideologia, non è una “religione”, come qualche malizioso a volte vuol fare intendere. Tutti siamo atei rispetto a qualcosa. Siamo atei rispetto agli dei dell’Olimpo, rispetto al dio Juju della montagna, alla dea Shiva indiana e al dio fenicio Baal. Se pensate a cosa significa per voi essere atei rispetto a questi dei, capite subito cosa si prova nei miei panni, ad essere ateo nei confronti di un dio in più, il dio ebraico Yahvé. Capite subito che il fatto di non credere in Zeus o Apollo non illustra né implica affatto quali siano i vostri valori e visioni del mondo. Non serve neanche essere umani per essere atei. Le piante sono atee. Il plancton è ateo. L’universo stesso è stato ateo per il 99,9999992 % della sua esistenza, prima che qualcuno sulla terra cominciasse a parlare di dei.
Non mi definisco neanche “razionalista”, perché non faccio altro che usare la ragione al meglio che posso, secondo quella che è la mia dotazione, come fanno tutti, senza per questo fare un idolo della logica e del raziocinio, trasformandoli in un’ideologia superiore. Anzi, ci sono molte attività assolutamente irrazionali a cui mi abbandono con gusto…
Per informare gli altri sulla mia visione del mondo non me la sento in generale di ricorrere a etichette culturali ben definite. Certo, prendo ispirazione, coscientemente o inconsapevolmente, da tante correnti storiche di pensiero umano, umanesimo, naturalismo, illuminismo, utilitarismo, ma in ultima analisi sono solo un individuo che si assume la responsabilità di dare giorno dopo giorno significato alla sua esistenza, in modo flessibile, idiosincratico, ma consapevole. Quello che non faccio è delegare a qualcun altro i contenuti delle mie credenze, cosa che a questo punto troverei disonesta nei confronti di me stesso.
E badate che è una cosa che facciamo tutti comunque, anche chi fa appello all’assolutezza di una verità rivelata. Un cattolico “maturo” non accetta passivamente di delegare le decisioni al papa o in generale alla tradizione della chiesa cattolica, e usa il cervello. Ma usa il cervello per cosa? Forse lo fa per sforzarsi di vagliare filosoficamente e logicamente tutto ciò che sa, che crede, che esperisce, che è come persona, e fare in modo che quadri con la narrazione ufficiale della dottrina in cui ha deciso di credere, anche a costo di distorcere artificialmente i fatti e le conoscenze? È un esercizio estremamente difficile e dallo scopo molto discutibile. Oppure usa il cervello per decidere con la sua testa in quali specifici aspetti credere, scegliendo dal menù di verità proposto dalla sua chiesa? Sono abbastanza convinto che i cattolici maturi usino il cervello in questo secondo senso. Ma il principio non espresso, sottointeso a questa attività mentale è che l’autorità finale – chi decide che cosa è vero e cosa no – non è il libro sacro, non è il papa, non è il catechismo. Sei tu. Nel momento in cui uno decide con la sua testa (faccio qualche esempio) che il papa non è infallibile; che fare sesso con un altro ragazzo non è un atto impuro da confessare al prete, ma una dimensione dell’affettività e della sessualità umana; che Maria non poteva essere vergine perché altrimenti a Gesù sarebbero mancati i cromosomi maschili, contraddicendo il dogma che fosse “vero uomo”; che Dio può essere contemporaneamente solo due cose su tre tra onnisciente, onnipotente e infinitamente buono; o qualunque altre eresia che possa venire in mente a un credente, l’operazione che fa è scavalcare l’autorità superiore che genera la verità rivelata, per decretare, senza dirlo, che la vera autorità è lui, con la sua riflessione, il suo cervello, la sua sensibilità, il suo istinto. E questa autoassunzione di autorità, dal mio punto di vista, non solo è una cosa bellissima, ma è anche inevitabile. Lo fanno tutti, anche i più chiusi fondamentalisti. E allora, se l’autorità finale in fatto di verità siamo noi, mi chiedo perché non scavalcare del tutto il passaggio intermedio di delegare “a parole” la verità ad altri, a preti, a vescovi a papi, a libri antichi? E non sto dicendo con questo che le dottrine della chiesa vanno rifiutate in toto. Dico soltanto che la chiesa ha suo un menù di idee da proporre, fra cui uno dovrebbe sentirsi libero di scegliere se c’è qualcosa che trova adatto alla sua vita e alla sua visione delle cose. Un menù fra i mille possibili esistenti, che l’uomo ha prodotto nei secoli sotto forma di tantissime altre religioni, filosofie, ideologie, libri, metodi di pensiero, di riflessione, di fondamenti etici. Ma la parola chiave è “sentirsi libero” di scegliere. Scegliere, tanto, lo facciamo tutti, che lo vogliamo o no. La complicazione che ha un “cattolico maturo” rispetto a una “persona matura” è che in un cattolico si viene a generare una specie di corto circuito tra libero pensiero e fede, che prende la forma del “dubbio”, perché se per qualche motivo si innamora per esempio di un’idea del buddismo, o se si innamora della costituzione più che del nuovo testamento, della dichiarazione dei diritti dell’uomo che magari trova molto più completa, giusta e illuminante di qualsiasi antico decalogo religioso, sa che in qualche modo sta tradendo la via maestra che ha abbracciato, la sua fede, il giuramento solenne e ritualizzato di una credenza che aspira alla perfezione, che ha dei santi e dei martiri a modello e che in principio si aspetta da te che tu la difenda a costo della vita. E io credo che vivere in una condizione di dubbio generi un innecessario senso di angoscia, peggiorando la qualità della vita. Ecco perché io preferisco assumermi interamente e consapevolmente la scelta delle verità in cui credere, ammettendo semplicemente che l’autorità ultima delle mie stesse scelte sono io e nessun altro, e mi sento libero di scegliere fra tutti i menù possibili le idee che mi appassionano di più, quelle che trovo più congruenti con la realtà, con i fatti scientifici e con la mia esperienza personale. Niente corti circuiti, niente dubbi sulla validità di dottrine in cui so che “dovrei” credere. E questa, ripeto, non è l’essenza dell’ateismo (parola che se non esistesse la religione non esisterebbe neanche e che non in sé non significa niente). Significa solo essere un essere umano maturo, etico e responsabile.
Tanto, da quello che abbiamo capito riguardo all’essere umano e al suo modo di pensare e alle sue possibilità di conoscenza, che esista o meno una verità assoluta è qualcosa del tutto fuori dalla nostra portata, ma soprattutto è qualcosa di totalmente irrilevante, perché non abbiamo minimamente bisogno di una verità. Come esseri umani, ci basta e avanza credere alle cose, ciascuno secondo le proprie percezioni, intuizioni, visioni, esperienze di vita e istruzione. Ognuno si crea il suo film personale attraverso il meccanismo di simulazione con cui il nostro cervello filtra i dati che provengono dal mondo esterno e dal nostro stesso corpo. Tutto ciò che sappiamo è in un modo o in un altro una forma di credenza. C’è un senso, diciamo, prosaico, comune, del credere nelle cose. Pensate al fatto di possedere dentro di voi un cuore, un fegato, un intestino. È qualcosa in cui credete senza dubbio, ma senza che mai nessuno ve lo abbia dimostrato, e di cui non avete – spero per voi – fatto esperienza diretta. Credete anche che domani sorgerà il sole, credete che in inverno farà freddo, credete che infilando le dita nella presa di corrente prenderete la scossa, credete che i vostri genitori vi vogliano bene. Per questo metodo di pensiero, il più comune, non servono dimostrazioni, come nel caso invece del metodo di pensiero scientifico, che permette di generare un altro tipo di verità e soprattutto di darci dei precisi criteri di conoscenza, che sono quelli che non ci fanno cadere nel cosiddetto “relativismo”. Perché non è questo che sto proponendo oggi. Per quanto personali siano le mie conclusioni, si accordano e allineano in modo coerente con un modello epistemologico che funziona e ha riscontro con il reale. Ma in generale si crede e basta, sulla base della ragionevolezza delle nostre deduzioni, per lo più inconsce, per lo più ereditate. E per un non credente come me la conoscenza è fatta solo di credenze “personali” e di credenze scientifiche. Non c’è un terzo metodo di pensiero, la fede, appunto, che genera un altro tipo di verità, una verità che si dice rivelata e che in teoria nella gerarchia delle idee si aspetta di essere creduta prioritariamente e nonostante le nostre altre convinzioni e conoscenze scientifiche vere e proprie. È chiaro che chi usa il metodo fede si trova quotidianamente a fare un grosso e difficile esercizio di calibrazione di tutti questi livelli di verità, che spesso ovviamente si contraddicono, dato che la fede ti porta a confrontarti con idee che sconvolgono il buon senso, relegano il tuo sentire esperienziale e negano molto di ciò che sappiamo scientificamente. Di fatto la fede complessifica, complica, la vita intellettuale delle persone. Anche perché la verità rivelata, per chi crede che esista, è comunque un prodotto inutilizzabile, perché si presenta sotto forma di una narrazione letteraria, fatta di metafore, aneddoti, proverbi, parabole, anacronismi, cantici, riti e tabù. Tutto da interpretare in ogni caso. Le verità utili, quelle che ci interessano per vivere, per spiegare veramente il mondo e noi stessi, uno se le deve comunque costruire dal basso. Il mio argomento principale per giustificare oggi la mia scelta atea è quindi la scelta di evitare complessificazioni non necessarie, limitando il più possibile le contraddizioni che emergono dal pensiero fideistico. Perché trovo che le contraddizioni e i conflitti scienza-fede siano grossi ostacoli alla ricerca della felicità.
Mi è anzi difficile pensare a un motivo per cui uno dovrebbe farsi carico, ancora nel 2013, di tante eroiche complicazioni al servizio di un’ideologia come la religione, scansando la responsabilità di dare da sé un senso all’esistenza, con tutti gli straordinari strumenti di conoscenza che abbiamo a disposizione oggigiorno. Se mettiamo da parte le ragioni di opportunismo più o meno consapevole, legate ai privilegi di essere cattolici in un paese a prevalenza cattolica, la mia impressione è che il pensiero fideistico affondi le sue radici, per alcuni anche esplicitamente e con un certo orgoglio, in due aspetti particolari dell’irrazionalità. L’amore e la paura. L’innamoramento ideologico è forse il pilastro principale del credere in una religione che si definisce, tra l’altro, religione dell’amore. Amore per Gesù, amore per il prossimo, l’Amore con la maiuscola, eccetera… E su questo aspetto concordo pienamente, perché io stesso sono innamorato delle idee in cui credo, anch’io mi appassiono incredibilmente in conseguenza di un libro che ho letto, un film che ho visto, o di un “incontro” che posso aver fatto con un artista, un pensatore, uno scrittore, o una persona qualunque che ha condiviso con me un po’ della sua saggezza umana. Ed è la stessa sensazione che avevo provato da adolescente quando mi ero innamorato del cattolicesimo, e sono sicuro che è la stessa sensazione che intendono i credenti quando dicono di aver “incontrato Gesù”, sotto le spoglie di un prete, un professore, un predicatore, un mendicante, un collega, eccetera. Succede a tutti di “innamorarsi” in questo modo, di sentirsi in altre parole profondamente ispirati e convinti da un’esperienza forte che si è fatta. E innamorarsi di Gesù non è un’esperienza qualitativamente diversa dall’innamorarsi di Karl Marx, del jazz o dell’entomologia. Attiva esattamente gli stessi neuroni e le stesse reazioni chimiche nel cervello. La differenza casomai sta nel fatto che che qualcuno che ha interesse ad averci nel suo team ha inventato un aggettivo per tentare di distinguere quell’esperienza di innamoramento e di renderla in qualche modo “speciale”. Un aggettivo misterioso e di difficile definizione -come tutte le parole che in realtà non significano nulla- che è “spirituale”. Un’esperienza “spirituale” non ha niente di qualitativamente diverso da una qualsiasi altra esperienza emozionante e di grande ispirazione, se non per il fatto che noi vogliamo che significhi qualcosa di più. Ma nel far questo tradiamo noi stessi e la nostra intelligenza.
Il fatto di innamorarsi di un’idea, come dicevo, è una cosa bellissima, perfettamente umana, che condivido totalmente. È ciò che il cervello fa: si innamora di un’idea e la difende, fregandosene se questa corrisponda a una verità “ontologica” o meno. E infatti la differenza, dal mio punto di vista di non credente, è che per me l’innamoramento, l’incontro, non può essere la base delle idee che fanno da stella polare alla mia vita, perché sono consapevole del fatto che ci si può innamorare anche di cose false: alcune innocue, alcune nocive. Vedo un uomo con dei boccoli lunghi che penzolano dalla testa che mutila con un bisturi il prepuzio a un bambino e capisco che quell’uomo è innamorato dell’idea sbagliata. Vedo una donna che si lascia maltrattare e stuprare dal marito che è rassegnata a considerare il suo padrone in virtù di un contratto tradizionale sciaraitico e capisco che quella donna è innamorata dell’idea sbagliata. Vedo genitori che condannano dei figli all’infelicità perché non accettano che siano gay, e capisco che sono innamorati dell’idea sbagliata. L’altro motivo per cui sono critico nei confronti dei miei stessi innamoramenti è che sono consapevole che l’amore passa, o si trasforma. Io cambio, le circostanze cambiano. Restare ossessivamente attaccato a un’idea solo perché a un certo punto della vita me ne ero innamorato è ideologico, non produttivo e ultimamente nocivo. Non aiuta a migliorare la qualità della mia vita. E io, da persona libera e matura, so anche abbandonare le idee, quando non mi descrivono più. Posso farlo e lo faccio tranquillamente e serenamente. Per un cattolico, abbandonare l’amore “eterno”, “spirituale” con la “A maiuscola” che deriva dal suo incontro con Gesù, è un affare ben più grosso. Non è più una questione d’amore a quel punto, diventa un “matrimonio” con Gesù, e fin che le cose in questo matrimonio vanno bene è un conto, ma poi se iniziano i tradimenti, le incomprensioni, le difficoltà, i tormenti interiori, o se per esempio ci si scopre gay, ci si ritrova in una prigione per uscire dalla quale servirebbe un atto traumatico come il divorzio, che richiede un sacco di coraggio, ed essere pronti ad affrontarne tutte le conseguenze psicologiche e sociali, spesso accompagnate da un senso di colpa, di fallimento. E lì subentra l’altro elemento che si accompagna all’amore come pilastro del credere per fede: la paura. Il condizionamento di un’educazione che spesso instilla l’obbedienza più che lo sviluppo del pensiero critico, corredato dal senso di colpa e di paura per le conseguenze che possono esserci ad abbandonare la nostra cultura. Io ricordo bene la sensazione di essere emotivamente frenato da quella cosa chiamata “Timor di Dio”. Non che avessi esattamente paura di essere colpito da un fulmine, ma temevo conseguenze non meglio precisate per un eventuale rifiuto della mia religione, e poi ovviamente nello specifico delle singole decisioni, azioni anti-cattoliche che sceglievo di compiere. Ed è una paura irrazionale, instillata proprio nelle profondità del subconscio. Non è stato facile per me liberarmene.
Per riassumere, posto che non esistono verità assolute, che esistono solo modi diversi di credere e che i motivi che ci spingono ad abbracciare o a rifiutare il metodo di pensiero della fede non sono necessariamente di natura razionale, trovo che credere costituisca oggi un grosso elemento di complicazione, addirittura un ostacolo alla ricerca della felicità, che è uno degli elementi più importanti alla base della mia etica. E la felicità passa dal ricongiungimento maggiore possibile tra chi sono e chi penso di essere, rimuovendo il più possibile le dissonanze cognitive, o le mie contraddizioni. La religione nella mia visione non è quindi accettabile, proprio perché è una fonte estremamente ricca di contraddizioni e ridicolmente povera di “verità” utili per la mia vita. Le poche verità utili che trovo nella religione sono presentate in forma sicuramente molto suggestiva e appassionante, hanno un valore sicuramente letterario, ma allora una bella morale la posso trovare in qualsiasi altro libro di buona letteratura. Nel Signori degli anelli, come nell’Iliade o nell’Odissea, ci sono potenzialmente altrettante lezioni morali da imparare che nella Bibbia, visto che tanto alla fine il testo lo interpreto io come mi pare e piace. Ma di fatto non c’è reale valore conoscitivo, perché la religione non dice nulla di definito e concreto sull’origine dell’universo, sulla natura e il destino dell’uomo. Dice di rispondere alle domande sul mistero della vita, ma non fa che rimuovere o distrarre l’attenzione dal mistero della vita, spostandola sul mistero della fede, su cui si può speculare liberamente e in tutta tranquillità all’infinito, perché in quell’ambito non c’è nulla che si potrà mai dichiarare vero o falso secondo i criteri umani di conoscenza.
Il fatto poi di essere gay, come dicevo, secondo me non è per nulla inconciliabile all’essere credenti. È chiaro però che se uno si pone un limite invalicabile entro cui confinare la propria riflessione (l’orizzonte che a priori esista un dio, a prescindere da qualsiasi altra considerazione), comporta la necessità di lavorare parecchio attorno a questo presupposto, per crearsi una teologia che renda conto anche della propria omosessualità. La cattiva notizia è che un’operazione, almeno per un cattolico, molto difficile, che consuma molte energie intellettuali (che secondo un ateo come me potrebbero essere meglio investite in altri tipi più proficui di riflessione); la buona notizia è che non esistono conclusioni sbagliate, perché non arriverà mai una voce dal cielo, non scenderà mai Gesù dal cielo a confermarvi che avete azzeccato proprio voi la giusta interpretazione al Vangelo, e che i papi non sono veramente ispirati dal suo spirito e non hanno capito un bel niente sul tema della sessualità. Potete quindi pensare e credere esattamente in tutto quello che vi fa stare meglio, perché la cosiddetta verità non è né più né meno di ciò che volete credere che sia vero. E la notizia ancora più bella è che questo vale per tutti quanti, credenti e non credenti. Neanche gli atei hanno la verità in tasca. Hanno in tasca, come tutti quanti, la loro verità, un set di credenze, di convinzioni, di passioni intellettuali che si rifanno a una qualche tradizione umana, proprio come i credenti partono dalla tradizione della loro religione”.

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