Pet Theory

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  Lo sai che l’inglese ha altrettante parole per la neve di quante ne abbia un eschimese
Che i pacifici samoani ammazzano le figlie che han perso la verginità
Alla faccia di Margaret che li voleva sessualmente liberi per dimostrare
Quella favola rousseauiana edenica del buon selvaggio
Lo sai che è legittimo credere che homo sapiens sia disceso da una scimmia acquatica
Fatto che spiegherebbe in modo ineccepibile la mia ossessione per la glabrità
Se non fosse che quasi annegai nella laguna di Hadibu perché non so nuotare
L’eleganza teoretica in acqua non ti tiene a galla
Sai che non mi dissocio cognitivamente
Perché voglio
Semplicemente che un pensiero sia vero
E non mi affeziono mai davvero
Mi accarezzo
Ma non mi prendo mai sul serio
Troppo facile risolvere le problematiche teoretiche che hai ideato tu
Troppo facile addomesticare le cucciolate feline ipotetiche che hai allattato tu
Che scomodi il gatto di Schrodinger per ogni gap di conoscenza
Come chi ci risolve anche l’emergere della coscienza

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Una PET THEORY è una teoria a cui qualcuno è particolarmente affezionato. Questa persona, che può essere l’ideatore della teoria, o chiunque ne abbia sentito parlare, in genere desidera fortemente che essa sia vera, indipendentemente dal fatto che lo sia oppure no. Il trasporto affettivo che si può provare per una teoria (detta “pet”, perché è come un cucciolo da compagnia a cui ci si affeziona) porta quindi alla perdita di obiettività e di rigore nell’analisi dei fatti.

Le lingue inuit sono lingue polisintetiche. Ciò significa che, per esempio, alla parola “neve” può essere aggiunto un suffisso che esprime l’equivalente di un composto, di una frase o di un periodo intero nelle lingue europee. Questo ha creato l’affascinante illusione, nei primi studiosi di questo gruppo linguistico come Franz Boas, che esistessero un numero sproporzionato di parole per la neve (oh, come ci si aspetterebbe da popoli che vivono fra i ghiacci!), mentre in realtà le radici per indicare la neve non sembrano essere più numerose di quelle di una lingua come l’inglese. Ma il fascino di questa PET THEORY è tale che molti manuali di linguistica odierni continuano tuttora a riportare acriticamente la “grande bufala del vocabolario eschimese per la neve”.

Margaret Mead, pioniera di una disciplina all’epoca non ancora dotata di consolidati strumenti di ricerca scientifica quale l’antropologia, mossa dal desiderio di dimostrare che l’essere umano nasce tabula rasa per essere poi incasinato dalla cultura a cui appartiene, si lasciò felicemente gabbare dalle buontempone ragazze delle isole Samoa, che la presero in giro raccontandole di come fare sesso prematrimoniale fosse il passatempo preferito di una popolazione disinibita che non conosceva stress. Una tesi abbracciata con fervore dalle società inibite e stressate occidentali, al punto da ignorare le successive e conclusive confutazioni di Derek Freeman su questo argomento, per riproporre acriticamente in tutte le scuole questa confortevole PET THEORY del mitico “buon selvaggio”.

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Elaine Morgan è un’anziana signora inglese che ha passato la vita intera ad accarezzare la sua PET THEORY preferita, scrivendo libri e difendendo a spada tratta l’ipotesi che la specie umana si sia evoluta da primati adattati a vivere in acqua. Lo dimostrerebbero tratti come la glabrità, il bipedismo, l’istinto dei bambini a trattenere il fiato in acqua, la laringe collocata nella gola, eccetera. Una teoria che la comunità scientifica non trova necessaria, dal momento che questi tratti trovano congruenti spiegazioni nell’ipotesi dominante dell’evoluzione da primati terrestri/arboricoli. Ma il fascino di una PET THEORY semplicistica basata su una singola causa è talmente forte che a volte è impossibile non innamorarsene e sposarla per tutta la vita.

La dissonanza cognitiva è una condizione psicologica in cui nozioni, credenze o rappresentazioni mentali contrapposte o divergenti si attivano nella mente di un individuo. Le PET THEORIES rappresentano un buon esempio di dissonanza in una mente razionale. Ma l’apoteosi di questa funzione cognitiva si manifesta nel conflitto scienza-fede che consuma i credenti. Come credere alla verginità della madonna, sapendo benissimo che per creare una persona servono i cromosomi di un uomo? Come credere nell’ascensione al cielo della stessa, sapendo che cos’è la gravità e sapendo che un essere umano sarebbe morto di freddo e per mancanza di ossigeno molto prima di raggiungere la stratosfera, per poi finire chissà dove nello spazio? Per convincersi di credere a certe cose è necessario operare su se stessi una dolorosa dissociazione cognitiva, soffocando nell’ipnosi dei rosari la metà “scientifica” del nostro cervello, o semplicemente evitando accuratamente di coltivarla attraverso l’informazione e l’istruzione.

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